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museo storico di Lecce puglia musei

5 buoni motivi per visitare il Museo Storico di Lecce secondo Giuseppe

All’ombra del campanile di Zimbalo, tra eleganti palazzi signorili, balconi bizzarri e chiese silenti, risiede su via degli Ammirati Il Must – Museo Storico di Lecce. Il museo, che un tempo ospitava l’antico monastero di S. Chiara, è un luogo carico di rinnovate confluenze e relazioni socio-glocali.

Visitare il Must non vuol dire soltanto andare al museo per le collezioni dedicate all’arte contemporanea, ma interagire con questa struttura museale significa:

1.

avere un punto di ritrovo per famiglie dove la creatività dei più piccoli è incoraggiata tramite le arti narrative;

2.

percepire le bellezze storico artistiche di Lecce con il servizio di prenotazione guide turistiche e di noleggio bici;

3.

assistere e partecipare come cittadinanza attiva alle iniziative culturali;

4.

 degustare un buon caffè ed altre specialità gastronomiche grazie alla Caffetteria del museo,

5.

 e soprattutto essere in dialogo con l’arte e la memoria storica del territorio attraverso le suggestioni culturali del presente.

 

 


 

giuseppe-arnesano

Giuseppe Arnesano, storico dell’arte e giornalista-pubblicista, è laureato in Conservazione dei Beni Culturali all’Università del Salento e in Storia dell’Arte Moderna presso l’Università La Sapienza di Roma; attualmente è impegnato in un Master di alta formazione post laurea organizzato dal LUISS Creative Business Center. Ha collaborato con la Soprintendenza Speciale del Polo Museale Romano durante la mostra su Antoniazzo Romano a Palazzo Barberini. Curatore indipendente,  dal 2008 scrive su varie riviste nazionali d’arte e cultura quali Artribune e Il Bollettino telematico dell’Arte. Blogger con L’arte tra le righe e con CoolClub.it, nel 2011 fonda l’associazione culturale Fermenti Intraprendenti. Vive e lavora tra Roma e Lecce. (Ph. Chiara Vignudelli)


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museo di storia naturale calimera puglia musei

2 buoni motivi per visitare il Museo di Storia naturale di Calimera secondo Pasquale

1. Nuovi modi di Fare Museo

Il Museo di Storia naturale è un ambiente, un contesto che va oltre l’essere museo per divenire centro di approfondimento, di formazione e di tutela ambientale.

Lo abbiamo visitato per la messa in libertà di uccelli protetti colpiti dai cacciatori e per la mostra dei dinosauri in formato naturale. In questo modo si fa cultura e formazione, facendo toccare con mano (soprattutto ai più piccoli), il fare museo.

2. Il Vivarium

Torneremo ancora per visitare il Vivarium, perché vivere un museo non è vedere delle farfalle morte, attaccate ad un teca, ma raccontare gli animali che vivono in ambienti particolari (sebbene in cattività), che si riproducono e che animano un luogo! A nostro parere ci sarebbe bisogno di più cura degli esterni, evidentemente parliamo da ignoranti (cioè di persone che ignorano la burocrazia e i tecnicismi legati alla gestione del luogo). Questo lo abbiamo notato soprattutto in occasione della visita dei dinosauri, camminare con passeggini tra l’erba alta mezzo metro è tutt’altro che agevole.

 

luoghiculturapuglia

Luoghi Cultura Puglia è nato come un challenge fotografico per la diffusione dei luoghi della cultura della Puglia, al fine di diffondere un modo di fare turismo che vada oltre lo splendido mare, per coinvolgere i luoghi che distinguono la Puglia nel panorama culturale nazionale ed internazionale.

Adesso però è diventato qualcosa di più grande, grazie all’inaspettato e coinvolgente interesse dimostrato dalla gente.

Da qui è nata l’idea delle guide turistiche open source sui borghi di Puglia.


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museo faggiano lecce puglia musei

2 buoni motivi per visitare il Museo Faggiano di Lecce secondo Paolo Ferrante

1. Un’esperienza mistica

Quando entrai la prima volta nel Museo Faggiano ero già molto grande. Avrei voluto vederlo da piccolo, chissà che colpo sarebbe stato per la mia immaginazione! Ciononostante, anche vedendolo in tempi recenti, entrarci per la prima volta è stata comunque una vera e propria esperienza mistica. Come penetrare nella dimensione del mistero, vedendo le storie di varie epoche stratificarsi sui muri con vecchi affreschi, nei disimpegni, nei resti dei canaletti nei pavimenti, nelle scale strette e consunte, nel pozzo che dà direttamente sul misterioso fiume Idume che scorre nel dolce buio sotterraneo urbano.

2. Un’altra prospettiva di Lecce

Un museo strutturato come una torre esoterica, o un albero metafisico che affonda le proprie radici alcuni piani sottoterra e man mano parecchi livelli più sopra si innalza verso il cielo, sulla vetta del terrazzo dalla quale è possibile ammirare un’altra prospettiva di Lecce.


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Paolo Ferrante nasce nel 1984 a Galatina (LE). Frequenta il liceo artistico V. Ciardo e poi l’Accademia di Belle Arti di Lecce. Dopo un breve periodo a Milano, ritorna nel 2012 e collabora con vari centri culturali e case editrici, per poi fondare nel 2014 l’ Idume Studio, collettivo di arte contemporanea col compito di indagare l’immaginario sotterraneo territoriale.


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museo diocesano lecce puglia musei

4 buoni motivi per visitare il Museo Diocesano di Lecce secondo Federica

1. Un percorso nella storia

In 10 anni che vivo a Lecce, ho visitato per la prima volta questo museo grazie alle Invasioni Digitali, organizzate dall’associazione culturale AMiCA. Posso dirvi che il Museo Diocesano d’Arte Sacra di Lecce non è solo un museo, è un percorso a ritroso nella storia.

Ciò che lo rende fondamentale è la testimonianza del ruolo svolto dalle istituzioni ecclesiastiche sul territorio non solo da un punto di vista sociologico e politico, ma anche culturale ed artistico.

2. Una collezione affascinante

Sono rimasta assolutamente affascinata dalla collezione: dalle opere di pittura napoletana di Oronzo Tiso alla splendida pala del Martirio di Sant’Orsola e le compagne di Paolo Finoglio.

3. L’allestimento

Ho apprezzato l’attenzione spesa nell’allestimento delle sale e nella struttura del percorso, frutto, credo, di un restyling recente. L’unica pecca, alcune luci sulle opere che, da certe angolazioni sono invisibili, ma è un difetto comune anche ad allestimenti di maggior pregio.

4. Una location mozzafiato

La location poi è davvero bellissima: il chiostro è molto suggestivo e vi consiglio di andarci in un giorno di pioggia perché la luce e l’atmosfera sono davvero particolari e se ci si scorda della porta automatica a vetri dell’ingresso, si può bene immaginare di viaggiare indietro nel tempo.


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Federica Nastasia. Classe 1985. Giornalista ed appassionata d’arte in gran parte delle sue forme.


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museo diffuso cavallino puglia musei

4 buoni motivi per visitare il Museo diffuso di Cavallino secondo Loredana

1. Un balcone sulla storia

Un cancello di ferro zincato è l’ingresso da Piazzetta Fratelli Cervi al Museo diffuso di Cavallino. Il balcone sulla storia è un ingombro metallico stridente con la bellezza del paesaggio circostante.
Una signora capelli corvini, ricci, tagliati a carré corto sul collo,  ha gli occhi segnati da una spessa matita nera e  mi chiede se sono la guida che i ragazzi stanno aspettando e se può sciogliere il cane che ha al guinzaglio tanto è buono ed è attratto solo dalle cagnoline. No, io non sono la guida, sono qui per perdermi per un paio d’ore in un luogo a me caro.

2. Civiltà che si mescolano

E’ un primo pomeriggio di metà Ottobre, un leggero vento di maestrale e il sole splendente rendono i colori accesi, il verde dei prati  è più verde, il sentiero in terra rossa è rosso più che mai. Il  muro di cinta in pietre a secco a destra non ha nulla a che fare coi Messapi. Sono trenta ettari di terreno dove cresce spontaneamente la rucola, il tarassaco, la cicoria, la calendula, la malva. Dove i cumuli di pietre, le specchie, le pagghiare i fichi si confondono con le tombe, con le fortificazioni, con i resti delle case del villaggio arcaico.

3. Là dove c’era una città ora c’è l’erba

Passeggiando sui prati, prima ancora di arrivare nella zona nord-est dove è condensato il maggior numero di reperti riportati alla luce,  sentirete forte la presenza di qualcosa sotto i vostri piedi. Immagino che la maggior parte di voi camminando sui lastricati o sull’asfalto di una qualsiasi città contemporanea pensi ai prati che c’erano prima sotto.
Qui lo stesso ragionamento, ma al contrario.
Cammini su un prato ma sai che sotto ci sono i resti di una antica civiltà con le sue strade e le sue case. Quello che è successo qui nel V secolo a.C. è evidente nei segni lasciati sulle fortificazioni distrutte, sulle mura bruciate delle abitazioni, nelle cisterne d’acqua riempite di pietra.
Una distruzione violenta.
Impensabile nel quadretto arcadico di questo pomeriggio dove tutto trasmette pace e tranquillità, come solo un paesaggio rupestre può fare.
Se non fosse per le sagome dei guerrieri messapici in ferro battuto, opera di Ferruccio Zilli.

4. La quiete

Da bambina, parlo metà degli anni Settanta, intorno ai sassi della porta Nord ci giocavo con la mia amica Teresa  a “tuddhri” e a nascondino.  Suo padre coltivava il tabacco e il grano in quella terra fertilissima.  E malediceva i divieti di arare in profondità.
Sul finire degli anni Ottanta ci accompagnavo i miei amici olandesi della Libera Università di Amsterdam, studenti di archeologia a Lecce con Erasmus.
Ora ci torno per l’eternità che trasmette e per il senso di quiete.
La superficie delle cose è molto spessa a volte per poter arrivare in profondità, ma non qui.


Loredana Potenza di Cavallino, seppur per caso nata a lecce. Attualmente abito a Corigliano d’Otranto. Studi di archeologia mai completati. Il più bel ricordo lo scavo a Valesio con la Libera Università di Amsterdam, spedizione diretta dal prof. Boersma. Attualmente sono impegnata nel lavoro come responsabile alla segreteria e alla comunicazione di un’agenzia di rappresentanza nel settore casa e arredo. I figli sono cresciuti e coltivo i miei interessi : contemplazione dei paesaggi, passeggiate al mare soprattutto in inverno, scrittura creativa. Non ho molto da dire su me stessa . Bisognerebbe conoscermi di persona.


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museo della radio tuglie puglia musei

6 buoni motivi per visitare il Museo della Radio di Tuglie secondo Alessandro

1. Un secolo di storia

Sensazione vaga ma che resiste, pensare al museo come un luogo che contiene memoria. La serie incredibile di storie contenute al suo interno e narrate, forse, da qualche esperto in materia o appassionato del momento, non sembra avere la forza di superare le mura che lo separano dal mondo intorno; toccare con mano e provare a far funzionare un grammofono o il caro telegrafo è un’esperienza invece che lascia qualche traccia e la curiosità di intuire di quanto siamo lontani da un mondo, quello della radio, che continua praticamene a trasmettere da ormai più di un secolo.

2. Il capoturno diventato collezionista

Il museo della Radio di Tuglie è aperto dal 1995, ma l’idea di uno spazio disposto a farci capire di più del nostro passato probabilmente già esisteva nella testa di un collezionista che dagli anni Sessanta ha messo da parte tutto ciò che la sua mansione di capoturno della stazione radio di bordo per la Marina gli ha permesso. La stessa persona che ora si prende cura ed è responsabile di tutta una serie di apparecchi voluminosi e davvero fuori dal tempo, quelli proposti nella visita virtuale e non al museo.

3. Ricorrenze importanti

Il 2014 è stato un anno importante per la radiofonia italiana, di cui la RAI è testimone fondamentale. Si è celebrato il novantenario della messa in onda di quella che noi moderni possiamo definire come la prima trasmissione radiofonica: il 6 ottobre del 1924 la violinista Ines Viviani Donarelli fece il primo annuncio presentando il Quartetto in La maggiore, opera 2 di Haydn. Nata quindi sotto il regime fascista, è la prima a comunicare agli italiani la fine della Seconda Guerra Mondiale e a fare sentire gli abitanti del Belpaese un po’ più uniti e volendo anche più istruiti rispetto al resto del Mondo. Almeno fino alla metà dei Settanta e perfino con la nascita della Televisione, la Radio è presente in ogni casa. Precisazione doverosa questa, perchè la manualità e il rapporto che si aveva con i primissimi apparecchi era qualcosa di diverso, attivo e portatore di una sana dipendenza che ha ispirato più di qualcuno a seguire ed ascoltare programmi trasmessi da Paesi quali Ungheria, Repubblica Ceca e perfino Estonia. Un modello di “trasmettitore telegrafico Alva Edison” è datato al 1893, qualche anno prima che Marconi spingesse la famosa “S” dalla Cornovaglia agli Usa. L’apparecchio è basato su una carica ad orologeria ed ancora funzionante, così come la più famosa Stazione telegrafica Samuel Morse di produzione italiana:  semplicemente l’unico mezzo usato per tutte le comunicazioni ufficiali e non, almeno fino al 1924 e comunque fino ai Settanta, quando poi è divenuto- per usare le parole del direttore del museo : ”un miraggio dei radioamatori che si scambiavano le card, ovvero una serie di informazioni relative a località, coordinate geografiche e potenza del segnale emesso, in codice morse”.

4. Questioni di divari

Le ricerche in campo a radio-elettrico hanno contagiato studiosi da diverse parti del Globo, alcune portavano ad una svolta come l’invenzione del diodo (una valvola a due elettrodi) ad opera di Fleming, altre alla produzione di ricevitori diversi in tanti dettagli. Il modello “Radiolaphone” è stato costruito in Francia negli anni Venti, i ricevitori a valvole Ansaldo Lorenz e Philips in Italia e Olanda. Il concetto di “diretta” è già nelle case di molte persone, per parlare di cronaca o sport, e quando la televisione è ancora preda di esperimenti inglesi o americani. Nota a margine è il divario tra il forte impulso dato da diversi studiosi italiani per la nascita di questo autentico mondo e il fatto che in Italia la messa a punto del primo programma avviene con notevole ritardo rispetto a Paesi meno evoluti nel settore come Belgio, Austria o la stessa Francia (vi ricorda qualcosa?).

5. Scoprire le differenze

Il 1939 è un anno importante per la storia della radio, lo statunitense Armstrong introduce nelle radiotrasmissioni la modulazione di frequenza. Per scoprire quale sia la differenza tra AM e FM e se tutto questo incide ancora sulle nostre abitudini quotidiane, basta recarsi di persona al museo e dimostrare anche un velato interesse al direttore Salvatore Micali, che comprende ancora una raccolta ad hoc dei ricevitori a valvole più popolari in Italia negli anni Quaranta, divisi tra produzione italiana e tedesca.

6. Dalla prima trasmissione televisiva al Digitale

Da lì a qualche anno cominceranno le prime trasmissioni televisive. Altre storie che si aggiungeranno, con risvolti che per la radio ci portano ai giorni nostri alla scoperta di un universo ancora non ben definito ma che ha già cambiato le nostro ordinarie esistenze: il digitale.


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Alessandro Miglietta, semplice appassionato di radiofonia, con alcuni amici crea nel 2009 tra le prime esperienze di radio web in Italia,  Radio Flo. Attualmente collabora con realtà simili e progetti che cercano di fondere cultura, tecnologia ed eventi  e scrive per una manciata di blog italiani che passano le giornate a discutere delle proprie dipendenze musicali.


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museo memoria accoglienza puglia musei

4 buoni motivi per visitare il Museo della Memoria e dell’Accoglienza di S.Maria al Bagno secondo Dolores

1. Storie di speranza rinnovata

Non lasciatevi trarre in inganno dal nome. Non si tratta dell’ennesimo Museo che racconta dello stermino e della persecuzione del popolo ebraico. Chi varca la soglia si trova all’interno di un luogo che narra una storia diversa, la storia di una speranza rinnovata. Senza ricorrere alla macchina del tempo della saga cinematografica Ritorno al futuro le guide, nelle veci dell’anziano e bislacco inventore “Doc”, vi faranno rivivere quegli anni.

Gli anni tra il 1943 e il 1947 quando nella località di Santa Maria al Bagno le forze militari alleate allestirono un campo di accoglienza (conosciuto come Campo n° 34 o Campo Santa Croce) con lo scopo di accogliere migliaia di profughi ebrei di diversa nazionalità, in gran parte provenienti dall’Europa centrale e scampati ai campi di concentramento nazisti.

2. I Murales

La vera chicca è rappresentata da tre murales realizzati dall’ebreo-romeno Zivi Miller, reduce dai campi di concentramento dove aveva perduto moglie e figlio. Si tratta di opere uniche nel panorama dei reperti legati a quel periodo attraverso le quali, utilizzando un’iconografia semplice ma efficace, Zivi non racconta gli orrori che aveva vissuto prima di arrivare a Santa Maria al Bagno, preferisce invece dipingere la speranza di coloro i quali, sopravvissuti alla Shoah, prefiguravano il proprio futuro in Palestina, la Terra Promessa.

3. La Storia d’amore

Per gli inguaribili romantici c’è spazio anche per una storia d’amore. All’interno del campo di accoglienza Zivi Miller gestisce una piccola lavanderia e decide di assumere come assistente la sua giovane vicina di casa Giulia My.  Con questa ragazza, dagli occhi svegli e il fisico gracile, Zivi riesce ad aprirsi e a raccontare della sua vita così,  racconto dopo racconto giorno dopo giorno, i due si innamorano perdutamente e nonostante l’ostilità del padre di lei, per la differenza di età e di religione, decidono di ricorrere alla “fuitina” per poter stare finalmente insieme.

4. Rosso di sera…

Perché dunque dovrebbe interessare un Museo come questo? I motivi sono numerosi perché si tratta di un luogo impregnato di storia, di emozioni, di racconti di vita. Perché il panorama che si gode, da solo merita la visita: un tratto di costa dove il mare è sempre cristallino e sarà difficile resistere alla tentazione di fare un tuffo  o di scattare una foto all’ora del tramonto quando il sole infiamma il cielo che “si veste di mille colori tra accesi arancioni e biondi pallori”.

Allora cosa aspettate? Il Museo della Memoria e dell’Accoglienza vi aspetta!


Dolores De Tuglie Laureata in Tecnologie per la Conservazione e il Restauro dei Beni Culturali quando non è impegnata come guida in un museo partecipa a  diverse attività. Quella che più ama è sicuramente il bricolage. Il suo motto? “Perchè ricorrere a professionisti se a “combinare pasticci” ci riesco benissimo da sola?”

Vorrebbe essere come S. Antonio! Non perché aspiri alla santità, ma per avere il dono dell’ubiquità. Quindi guardatevi le spalle, non esiste luogo in cui non possiate incontrarla e se ne vedete due non preoccupatevi…l’ ubiquità, forse, le è stata concessa!


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museo giunco palustre acquarica puglia musei

3 motivi per visitare il Museo del Giunco di Acquarica del Capo secondo Maria Rosaria

1. Qualcosa di prezioso

Ho visitato per la prima volta il Museo del Giunco Palustre in occasione di un corso di formazione per guide turistiche poco più di un anno fa, sebbene ci viva quasi accanto.
Lo spazio dedicato all’esposizione è piuttosto contenuto, ma è inevitabile visitarlo con la lentezza che si dedica a quelle cose preziose, che meritano di essere osservate con minuziosa curiosità. Perché entrare nel museo è come entrare all’interno di una gioielleria: da una teca all’altra, si moltiplicano forme, colori e intrecci che rimandano ad un tempo passato, ma non poi così lontano.

2. La semplicità delle cose

Il giunco palustre è l’emblema della vita essenziale e concreta dei nostri nonni: materiali modesti si trasformano in strutture elaborate, con la cura e la passione amorevole di chi anche nelle cose più semplici, nate con spontaneità quasi per caso, vede un dono della natura.

3. L’infanzia che ritorna

In quelle costruzioni d’arte non potevo fare a meno di pensare a mia nonna. Quante volte ho osservato quelle mani solerti che tessevano “sporte”, “spurteddhe”, “fiscareddhi” per contenere la ricotta. Ricordo la scelta accurata del giunco migliore, i lavaggi per sbiancarlo e raggiungere la migliore raffinatezza possibile.
Così in quegli orditi del museo del giunco è rimasto imbrigliato anche un pezzo della mia vita.


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Maria Rosaria Cazzato è dottore commercialista dal 2013 lavora per un’agenzia di Lecce, ma non è estranea alle attività culturali, infatti ha alle sue spalle esperienze nell’organizzazionedi eventi culturali nel comune di Presicce.


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museo Cavoti galatina puglia musei

4 buoni motivi per visitare il Museo Civico P. Cavoti secondo Barbara

1. Uno scapigliato

Il Museo Civico Cavoti non lo conoscevo, ci sono arrivata grazie a MuseoWebLab e al contest “Tipi da museo” ed è stata una bella scoperta. Al suo interno si ha la possibilità di avvicinare la storia di tre personaggi che, in modo diverso, hanno dato lustro alla città di Galatina. Si tratta di Pietro Cavoti, un artista poliedrico che ha dedicato gran parte della sua vita allo studio della Basilica di Santa Caterina che, oggi, attrae numerosi pellegrini e turisti. La versatilità di questo personaggio passa per le numerose caricature prodotte, i taccuini di viaggio pieni di dettagli e schizzi minuziosi, risultato del suo continuo peregrinare. Cavoti resta nelle memorie dei galatinesi come un artista un po’ strano, uno “scapigliato”, a tratti trasandato, di lui si conservano nel museo una valigia, un ombrello e un cappello. Basta questo per immaginarselo con un mantello nero che lo rende quasi iconico, irreale, sfuggente.

2. Un visionario e un sindacalista

Altri due personaggi sono prova del fitto fermento culturale che animava Galatina: lo scultore Gaetano Martinez e il sindacalista Carlo Mauro. A Martinez la città di Galatina deve la scultura posta al centro della fontana monumentale, nota ai locali come “La Pupa”, e molti altri lavori tra cui “Caino”. Dinanzi a quegli occhi sgranati, un tumultuo percuote il petto e sembra quasi di percepire il terrore di Caino dopo l’atto estremo: aver ucciso il fratello Abele.
Non conoscevo la storia di Carlo Mauro, delle lotte portate avanti in nome dei diritti contadini. È stata una fortuna essermi trovata lì e aver appreso tante cose in un giorno, tutte provenienti dalla storia del mio territorio, il Salento. Mi hanno colpito le piccole e grandi conquiste contadine che Carlo Mauro contribuì a raggiungere: il passaggio da “lu capucciu” a “lu panaru” o il primo contratto di lavoro.

3. Cose che non ti aspetti

Il museo, oltre a una ricchissima collezione di taccuini di viaggio e documenti riferibili a Cavoti, ha una sala detta informalmente “degli uccelli” dove sculture in legno permettono di conoscere specie di uccelli che, diversamente, resterebbero ignote. Una sala, questa, che riscuote consensi e non, c’è chi ne è attratto e chi ha paura di entrarvi.
Poi c’è la sala dedicata alla pizzica, qui alcuni quadri ripercorrono scene salienti del “morso” e i suoi effetti.

4. Scottanti verità

Questo museo mi ha svelato parte della mia storia e quella di un territorio, il Salento, facendomi ravvedere su una scottante verità: sappiamo poco o nulla sulle persone che hanno contribuito a migliorare il posto in cui viviamo, con l’arte e le battaglie. Quanti musei del nostro territorio conosciamo, quanti ne abbiamo visitati?
Poi c’è un punto importante: il Museo Cavoti di Galatina dovrebbe promuoversi meglio, forse. La colpa è sempre divisa al 50%: io ho sì trascurato di andare a visitare il museo, fino a ieri, quest’ultimo, probabilmente, non ha fatto abbastanza per comunicarsi, per tutte le “chicche” che conserva al suo interno.


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Barbara Vaglio. Mi piace scrivere e un giorno mi piacerebbe che il mio lavoro sia proprio questo, scrivere. Per farlo bene benissimo ho ancora tanto da leggere, imparare e migliorare. Per il momento sono web content editor, redattrice freelance, mi occupo di guest blogging e digital pr. Mi do da fare per quello che posso. Adoro andare in bici e, in sella, ho l’impressione di avere le idee più chiare e più buone. (Ph. Filomena Massaro)


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museo ferroviario puglia musei lecce

5 buoni motivi per visitare il Museo Ferroviario di Puglia secondo Luciana di “Madeforwalking.it”

1. Il trasporto che lo anima

Nel Museo Ferroviario della Puglia, la prima cosa che viene in mente, dopo aver per un po’ ascoltato la guida, e responsabile del Museo, Fabio Vergari, è la parola “trasporto”. Sembrerebbe scontato questo collegamento, poiché sono stata in un posto dove sono conservati grandi vagoni e littorine del passato, utilizzate per il trasporto di viaggiatori. Ma il trasporto cui mi riferisco è la parola sinonimo di passione. Si perché di passione ce n’è tanta in questo posto magico. Basti pensare che la parola che si sente più spesso nominare durante la visita guidata è “volontari”. Volontari che ogni giorno si prendono cura, restaurano, portano a nuova vita, queste locomotive, o dedicano ore e ore al modellismo ferroviario per ricostruire tragitti immaginari o storici, in grado di risvegliare il bambino stupito in ognuno di noi.

2. I viaggi che evoca

La parola TRASPORTO è suggerita anche  da quei binari che partono dal museo e si collegano alla stazione centrale di Lecce. Sono i binari che per decenni hanno condotto lontano chissà quante storie di umane imprese. E chissà quante persone, lungo i decenni, hanno preso questi treni, percorso chilometri, per raggiungere qualcuno, o avvicinarsi un po’ di più ai loro sogni.

3. Le camminate che stimola

La mia passione è fatta di sogni a piedi e di tanti cammini, quindi appena ho visto quei binari fuori dal museo, ho avuto la voglia irrefrenabile di mettermi a camminare proprio su di essi, e di vedere dove portassero. Ma ovviamente era vietato, vietatissimo. A questo punto però, si è accesa dentro subito la volontà di raccontare questo museo attraverso proprio il camminare, e di ripercorrere a piedi sentieri, che costeggiano per brevi tratti i binari della Ferrovia Sud Est. E così è stato. Mi sono messa subito in cammino, non da sola. Con me sono venute delle care amiche, e poi la dolce illustratrice Chiara Spinelli, anche lei invitata come me a partecipare al “Tipi da Museo”, e a raccontare il Museo Ferroviario attraverso i suoi disegni.

Perché? Qual era il nesso fra un museo ferroviario e le mie camminate strampalate? Semplice. Volevo guardare, osservare, non perdere nulla di quei paesaggi, che decine di migliaia di persone, continuano ancora oggi, dopo decenni, a guardare dal finestrino di una littorina delle Ferrovie Sud Est. In fondo il Museo Ferroviario non ha la stessa missione? Voi direte di no. Io invece di si. Il Museo, come le mie camminate e le immagini prodotte, vogliono conservare e preservare le memorie di innumerevoli viaggi fatti in treno nel nostro territorio. Io con questo piccolo viaggio a piedi, lungo i binari della ferrovia Sud Est, cerco solo di aggiungere a questo racconto, custodito dal museo, la visione degli esterni, i paesaggi attraversati, e i panorami dell’anima del viaggiatore.

Per questo motivo, il museo a me è apparso subito un posto romantico. Molto romantico.  Eppure ci sono solo vagoni, attrezzatura antica e moderna degli addetti ai lavori, e tanto tanto ferrame.

4. Le storie che custodisce

Ma se si va oltre (basta essere dotati di poca sensibilità), si comprende che in quel capannone sono conservati vagoni di anime e di storie.  Ho pensato a tutto l’olio di oliva, al tabacco, ed altri prodotti della terra, lavorati dai nostri tris e bisnonni, e frutto del loro durissimo lavoro nelle campagne, che veniva trasportato chissà dove (il signor Vergari mi ha spiegato che, soprattutto, dalla metà del ‘900, sono stati trasportati quintali e quintali di patate, coltivate nel sud Salento, e poi presenti nei mercati dell’Europa del Nord). Ho pensato a tutte quelle persone che nei primi del ‘900, hanno avuto la possibilità di saltare su un treno da i loro paesini del profondo Salento, e provare a cambiare la loro vita.  Ho pensato a tutti quegli immigrati, che ancora oggi, utilizzano le Ferrovie Sud Est, per raggiungere i loro “posti di lavoro” non in regola. Insomma vagonate di belle riflessioni, e tanta presa di coscienza sul fatto che quei binari, che dal museo si diramano sul territorio pugliese, avessero da tanto tempo trasportato innumerevoli storie ed esperienze. All’interno di questo museo io sono salita su un treno speciale, quello della “testimonianza”.

5. La strada che indica

Il Museo Ferroviario della Puglia è, infatti, un posto che aiuta a comprendere chi eravamo, e dove siamo andati nel passato, e per questo quindi, un posto che aiuta a mantenere viva la nostra memoria storica collettiva salentina, e ci aiuta a capire dove ci stiamo dirigendo oggi.

 


Luciana Lettere, classe ‘83, è una storica dell’arte, nata e cresciuta nel Salento. Attraverso il blog madeforwalking.it, condivide con il pubblico le sue due passioni: bellezza in tutte le sue forme e camminare. Punto di partenza per le sue attività è l’esigenza di cercare e scoprire, dovunque ci si trovi, anche nel proprio vicinato, restando sempre vigili, presenti a se stessi e profondamente curiosi. “Star seduti il meno possibile; non fidarsi mai dei pensieri che non sono nati all’aria aperta e in movimento!” è il suo leitmotiv.

 


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